D’ANNUNZIO E LA FOLLE IMPRESA DI FIUME

di Romolo Paradiso 

 

ROMA - Cento anni fa, il 12 settembre del 1919, Gabriele D’Annunzio alla testa di un manipolo di legionari, conquistava Fiume, la città che dopo il trattato di Versailles, alla fine del primo conflitto mondiale, doveva essere annessa all’Italia, ma Vittorio Emanuele Orlando e  Sidney Sonnino, rispettivamente Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, che credettero alle promesse inglesi e francesi, ci fecero sfuggire, con la complicità del diniego del presidente americano Woodrow Wilson.

D’Annunzio nella sua impresa non trovò alcun ostacolo serio. Dalla sua parte c’era l’esercito italiano, al quale scottava ancora la disfatta di Caporetto e al quale poco aveva rincuorato gli animi la vittoria del ’18, e, soprattutto, gli italiani, che vedevano in lui l’espressione più autentica di una politica seriamente interessata alle sorti e al riscatto della nazione. D’Annunzio entrò trionfalmente a Fiume accolto da una folla entusiasta per un’italianità sentita e fino a quel momento mal vissuta, perché poco considerata dal governo di Roma.

In quell’anno e più di Reggenza repubblicana, il Vate e i suoi uomini costituirono uno Stato dai caratteri innovativi, moderni, dando vita a una Costituzione che ancor oggi risulta di altissimo valore, la Carta del Carnaro, scritta dal sindacalista socialista Alceste De Ambris, rielaborata dallo stesso D’Annunzio e promulgata l’8 settembre del 1920.

Essa riconosceva il diritto di voto alle donne, lo spirito formativo delle arti, la libertà di pensiero, di stampa, di riunione e d’associazione. Assicurava i diritti all’istruzione, all’educazione fisica, al giusto salario, all’assistenza, alla previdenza e un congruo risarcimento derivante dai danni giudiziari. Stabiliva l’importanza della proprietà privata che doveva essere fruttifera, nel senso che il proprietario non la poteva lasciare “inerte”, né disporne in maniera “malsana”, e si evidenziava che “soltanto il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e profittevole all’economia generale”. Si imponeva allo Stato di adottare i figli dei caduti in guerra, di costruire un grande teatro pubblico da dedicare alle manifestazioni culturali gratuite per la crescita umana e spirituale del popolo, “strumento prioritario di progresso civile”. Veniva istituito il principio di responsabilità civile e penale a carico dei pubblici ufficiali, magistrati compresi, e il diritto del popolo ai referendum propositivi e abrogativi. La Carta riconosceva ampie autonomie legislative anche ai Comuni, fino a concedere la libertà di stipulare tra loro trattati e accordi operativi, previo parere della Reggenza. Prevedeva la costituzione dei Consigli scolastici e del Consiglio dei Lavori Pubblici per la gestione ottimale del patrimonio pubblico e riconosceva l’importanza dei Consigli dei Lavoratori nelle aziende, oltre a dar vita al Corporativismo solidale e mutuale tra le categorie delle arti e dei mestieri, all’interno del quale vigilava con equanimità e giustizia sociale, la Reggenza.

La Carta del Carnaro promulgava questo e tanto altro ancora, e sarebbe stata la base sulla quale poi, nel 1927, il fascismo avrebbe edificato la “Carta del Lavoro”, i cui istituti più importanti sono ancora oggi vigenti, e preso spunto per dar vita ad altri e innovativi istituti.

Anche le moderne Costituzioni hanno attinto a man bassa dalla Carta del Carnaro. Ad essa hanno guardato con interesse gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli americani e altre nazioni dell’occidente e dell’America latina.

La sua essenza, basata su logiche sociali, di equità, sul rispetto della persona, del lavoro e influenzata dai caratteri storico-culturali italiani che attingevano ai valori del rinascimento e a quelli dell’epoca dei comuni, costituiscono un unicum di straordinario interesse che andrebbe analizzato e studiato nelle facoltà di giurisprudenza, di economia e di storia, che invece, spesso in mala fede e a volte per ignoranza, ne disconoscono il valore, togliendo ai giovani la possibilità di conoscere un tratto di storia e di cultura che non solo gli appartiene, ma che contiene gli elementi per analizzare, comprendere e discutere le scelte istituzionali operate dalle attuali comunità sociali.

Oggi anche D’Annunzio, la sua opera letteraria e poetica, le sue imprese di guerra e ancor più, quella fiumana, hanno subito una sorta di demagogica abiura, sono passate quasi nel dimenticatoio, cancellando così, con un tratto di matita, un pezzo importante di storia appartenente al popolo italiano.

Un’assurdità che mal si concilia con una visione democratica e libera cui ogni paese dovrebbe ambire. La conoscenza, il sapere non possono e non devono avere barriere né confini. Sono la base del progresso civile e sociale d’un popolo.

D’annunzio è stato il personaggio che ha innovato la letteratura, la poesia e la politica non solo italiane, ma mondiali, come pochi hanno saputo fare. Ha impresso un gergo nuovo in ogni ambito in cui si è espresso. Ha fatto sognare con le sue gesta di poeta-soldato milioni e milioni di persone, che in lui vedevano l’uomo dal pensiero che diveniva azione. Un tratto di purezza, di fermezza e coraggio di idee e propositi che affascinano le genti, le fanno sognare e le inducono alla speranza e all’emulazione.

Avremmo bisogno anche oggi di uomini come D’Annunzio, per ritrovare quel senso di profonda e lieve bellezza che s’esprime nell’arte quando questa sgorga da menti ispirate ed eccelse, per ridare alla nostra cultura una spinta a rinnovarsi e a perpetrarsi nella vita. E avremmo bisogno di uomini come lui capaci di sacrificare anche la loro esistenza per ciò in cui credono. Offrendo d’esempio a tutti, quella coerenza etica del pensare e dell’agire che più d’ogni virtù nella vita, è il segno tangibile di rispetto e di lealtà alle idee e, soprattutto, al prossimo.