IL COMMISSARIO LEOGRANDE E LO STRANO CASO ALITALIA

di FRANCESCO SPECCHIA

 

In ordine di importanza: c’è il commissario Montalbano, c’è il commissario Rex, c’è il commissario Basettoni. Eppoi c’è il commissario Giuseppe Leogrande. Leogrande, avvocato del foro padano di Bologna, aspetto gioviale, look understatement, è un commissarissimo; secondo una visura camerale dei cronisti che da anni inutilmente cercano d’invaderne la privacy, per ben 16 volte è stato commissario di aziende in crisi.

 

Stavolta gli è toccato Alitalia che, in attesa di trovarsi un amministratore delegato (chissà perché la gente diniega, poi…), l’ha nominato supercommissario unico per l’ennesima “ripartenza”. Il commissario Leogrande è arrivato nel porto delle nebbie volanti per presidiare i 3 miliardi e 350 milioni che, approfittando dei decreti Covid, lo Stato italiano ha ancora, masochisticamente, immesso nei polmoni asfittici della compagnia di bandiera. Un geniale tentativo di nazionalizzarla per l’ennesima volta. Leogrande con le cose volano (siano essi aerei o razzi o siluri che però non volano ma fanno lo stesso effetto…), tra debiti, disperazione e bilanci bucati, ha già avuto a che fare con la materia, avendo lavorato per Blu Panorama Airlines di cui era – ovviamente – commissario.

 

Oggi l’uomo deve gestire una crisi congenita che “ha qualcosa di funestamente satanico. Quando accadono divisioni, confusione, crisi, il Grande Tentatore è sempre presente. Lui se la ride e inevitabilmente crisi e dissesti economici hanno influenze anche sulla sfera personale. Creano allontanamento e frattura, esattamente quello che vuole Satana”, come scrive Gian Antonio Stella sul – Corriere della sera – evocando la pittoresca definizione che di Alitalia dava l’esorcista Padre Amorth.

 

Il commissario Leogrande s’è dunque palesato nel momento topico dell’azienda. Cioè quando s’è di fatto sciolta la cordata Fs, Mef, Atlantia e Delta che avrebbe dovuto acquisire dalla moribonda Alitalia sostanzialmente rotte e rotture, uomini e debiti; e quando si presentava come un’azienda che, dall’occhio del ciclone, guardava con livida speranza all’acquisizione da parte della tedesca Lufthansa. La quale, però, com’è noto, solo per aprire quei libri contabili, aveva chiesto esuberi lacrime e sangue, sennò ciccia. Sicché Leogrande, pregiato giurista esperto in fallimenti, ha adesso il compito gravoso e impegnativo dell’impresario di pompe funebri dedicato a dirigere il traffico dei parenti mentre prepara corone, bara e candele per la sepoltura del de cuius.

 

Soltanto che, in questo caso, il de cuius non vuol saperne di morire. Anzi, è tenuto tenacemente in vita da un fintissimo orgoglio patriottardo che in realtà nasconde un verminaio di interessi elettorali dietro operazioni finanziarie disastrose. Per salvare Alitalia lo Stato ha speso 12,6 miliardi in 45 anni, compresi i 3 miliardi stanziati dal suddetto mitico decreto “Rilancio”; ha contato 12 presidenti e 4 commissari più un numero indeterminato di cavalieri bianchi che, alla fine della loro avventura amministrativa diventavano neri come la pece. E nero come il bilancio perenne della Compagnia. Leogrande ha di fronte anche un altro nemico: la gestione del Covid19 che richiede, per la ripresa dei decolli, la sanificazione degli spazi, delle cabine e delle aree di sosta, oltre che la limitazione del numero dei viaggiatori. La qual cosa, tradotta in danaro, significa un aumento vertiginosamente i prezzi delle varie tratte, e va a cozzare col ripristino dei voli della concorrenza delle altre compagnie low cost. D’altronde Alitalia con i conti che non tornano ha una rara dimistichezza.

 

Per ogni passeggero imbarcato sui voli tra Italia e Stati Uniti Alitalia ha ricavato in media oltre 460 euro. Ma, tolti i costi operativi, il profitto netto è stato inferiore ai 5 euro per viaggiatore. Alcune rotte risultano virtuose. Altre, invece, registrano una perdita significativa. Ad aprile i ricavi di Alitalia sono crollati di quasi il 100%, con le vendite che si sono fermate a 5 milioni a fronte dei 160 dell’anno precedente.

 

«Siamo partiti con l’idea di intervenire sul mondo dei costi e ci siamo trovati in un contesto di improvviso crollo dei ricavi. Fra l’altro in una situazione in cui la parte dei ricavi ha avuto una inchiodata improvvisa» ha chiosato il commissario Leogrande con l’intenzione di spacchettarla in due entro giugno. Agli amici sussurra anche di duemila esuberi inderogabili, che è un refrain che in azienda circola da almeno una ventina d’anni. Il commissario è sul luogo del delitto nell’attesa che accada. Il sospetto è che si finisca da un prestito-ponte a sotto un ponte…

(Francesco Specchia - Il Quotidiano del Sud)