LITE FURIBONDA TRA I SOCI SULLA VENDITA DI ITALO

di Gianni Dragoni

ROMA - C’è stata una “lite furibonda” tra i soci di Italo per decidere la vendita al fondo americano Gip. L’unico a dichiarare pubblicamente il suo dissenso è stato Diego Della Valle, il 9 febbraio. Ma una fonte autorevole racconta che i soci erano divisi e che, dopo la decisione del consiglio di amministrazione la sera del 7 febbraio, c’è stata  una lite fuoribonda, fuori dal consiglio.

Messina: “Non facciamo l’azionista di treni”

Chi non ha avuto esitazioni a vendere è Intesa Sanpaolo, la banca che ha finanziato generosamente la società Nuovo trasporto viaggiatori Spa (Ntv), ora chiamata Italo, fin dalla nascita, quando era guidata da Corrado Passera. Di fronte all’offerta americana da 1,98 miliardi di euro per il 100% del capitale anche l’attuale numero uno della banca, Carlo Messina, ha detto che voleva vendere. “Di mestiere non facciamo l’azionista di treni”, ha scandito Messina.

Profumo di dollari

Il banchiere che adesso appare così risoluto ci ha messo diversi anni prima di arrivare a questa conclusione. Ha ceduto quando ha sentito il profumo di dollari. Centinaia di milioni di dollari. “Alla miglior valorizzazione possibile si chiude”, ha affermato Messina. Dalla vendita Intesa incasserà 376 milioni e si libererà di una grossa preoccupazione, anche per i crediti che ha verso la società di trasporto ferroviario. Gli americani del Fondo Gif si accollano inoltre tutto il debito finanziario di Italo, indicato in circa 450 milioni.

Il sì di Generali via Lussemburgo

La banca di piazza della Scala è il primo azionista di Ntv, con il 18,81% del capitale. Le posizioni degli altri soci non sono state esplicitate. Poteri Deboli le ha ricostruite con una fonte autorevole. L’altro azionista schieratosi subito in modo esplicito per la vendita è stato il gruppo Assicurazioni Generali, numero tre del libro soci con il 14,31% di Italo-Ntv. Una partecipazione posseduta attraverso la controllata Generali Financial Holdings Fcp, un fondo che ha sede in Lussemburgo, un paradiso fiscale.

Questi, secondo quanto ha riferito a Poteri Deboli una fonte autorevole, sono stati i due azionisti che in modo più netto si sono pronunciati per la vendita. Con gli altri c’è stato un confronto, una discussione piuttosto animata, prima di arrivare alle conclusioni.

Il condominio fra i tre soci fondatori

A quel punto la palla era nel campo del terzetto dei soci fondatori, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Gianni Punzo, l’imprenditore napoletano che ha accumulato una fortuna con il commercio di stracci, amico di Montezemolo per via delle frequentazioni a Capri. Montezemolo molti anni fa ha comprato da Punzo un motoscafo usato, come ho ricostruito nell’e-book Alta rapacità, sulla storia di Italo e dei tre moschettieri (editore Chiarelettere) arricchitisi con la torta dell’alta velocità ferroviaria.

I tre fondatori possiedono complessivamente circa il 38% di Italo-Ntv, in quote diverse. Ma le loro partecipazioni hanno una caratteristica particolare: sono unite dentro quattro veicoli societari che si chiamano Mdp Srl (Mdp Uno, Due, Tre, Quattro…), di cui tutti e tre sono soci. Pertanto nessuno di loro poteva decidere da solo, ma doveva farlo come se fosse in un’assemblea di condominio con altri due condomini.

Punzo e i debiti dell’Interporto di Nola

Attraverso le scatole Mdp, Montezemolo detiene il 12,71% di Italo (una quota intorno allo 0,5% però è di proprietà diretta), Punzo il 7,85%, mentre Della Valle ha il 17,14%, che lo colloca al secondo posto nel libro soci, a pochi punti da Intesa Sanpaolo. Di questo terzetto solo Della Valle avrebbe preferito non vendere agli americani ma quotare Italo in Borsa. Punzo, assediato dai debiti nella sua attività dell’Interporto di Nola, ha sgranato gli occhi quando ha visto la possibilità di incassare subito 157 milioni di euro.

Una curiosità: fino a qualche anno fa il direttore dell’Interporto di Nola era Carlo Calenda, passato alle dipendenze di Punzo dopo essere stato un collaboratore di Montezemolo quando “Luca” era presidente della Ferrari e di Confindustria. Come ministro dello Sviluppo economico Calenda adesso ha detto ha alzato un sopracciglio sulla vendita di Italo, ha detto che sarebbe stata preferibile la quotazione in Borsa.

La tattica di Montezemolo…

In un primo tempo anche Montezemolo sembrava tergiversare tra le due possibilità. Forse era una tattica, dice una fonte che ha seguito da vicendo la svolta nella vicenda. Ma alla fine anche Montezemolo ha assecondato la voglia di vendere, tutto e subito. L’ex presidente della Ferrari e dell’Alitalia incasserà 254 milioni.

“Chi ha mosso la finanza è stato Montezemolo”, racconta la fonte che ha seguito la fase decisiva della trattativa. Insomma, se Montezemolo non si fosse schierato per la vendita agli americani, forse i soci avrebbero scelto l’altra strada, che era la quotazione in Borsa del 40% di Italo.

… e il solco con Della Valle

A quel punto Della Valle _ almeno così ha raccontato ai giornali _ non ha potuto sottrarsi al sì alla vendita, per non rimanere bloccato con un pacchetto di socio di minoranza in una società non quotata.

L’imprenditore delle Tod’s, gruppo che da alcuni anni non macina più gli utili di un tempo e infatti in Borsa è in declino, potrà consolarsi intascando un assegno di 343 milioni. Si è allargato il solco tra Della Valle e Montezemolo, due ex amici tra i quali il divorzio si era già consumato all’inizio del 2016, quando Montezemolo il 22 gennaio diede le dimissioni dal cda di Tod’s, nel quale sedeva da tanti anni.

Con la Borsa più soldi fra due anni

Secondo fonti che conoscono il dossier, con la quotazione in Borsa il 100% del capitale di Italo sarebbe stato valorizzato 1,6 miliardi di euro. Pertanto con la vendiota del 40% del capitale i soci avrebbero incassato subito circa 640 milioni di euro. Le valutazioni per la Borsa indicavano una crescita del valore della società fino a circa 2,2 miliardi entro un paio d’anni.

“L’alternativa per gli azionisti era incassare 1,98 miliardi subito o aspettare per incassare una somma più alta, 2,2 miliardi, fra due o al massimo tre anni”, ci confida una fonte autorevole. Messe tutte le carte sul tavolo, Intesa, Generali, Montezemolo e Punzo hanno deciso di passare all’incasso della somma sicura: come se avessero detto “dateci i soldi tutti e subito”.

D’accordo con loro anche Flavio Cattaneo, l’ex a.d. di Telecom Italia che in pochi mesi, dopo il ritorno alla guida di Italo, grazie a una partecipazione azionaria del 5,83% può incassare 116 milioni, circa sei volte la somma investita nel capitale (circa 15 milioni), con una guadagno personale di circa 100 milioni.

Il colpo di Peninsula da Abu Dhabi

Lauti guadagni anche per gli altri soci non presenti direttamente nel cda, Isabella Seragnoli (5,72% del capitale) e Alberto Bombassei (4,77%), le cui posizioni non sono emerse direttamente nella riunione decisiva.

E poi c’è il colpo di Peninsula Capital (12,59%), un fondo di diritto lussemburghese che veicola vari investitori attraverso capitali raccolti ad Abu Dhabi e in Medio Oriente. Entrato nel giugno 2017, Peninsula incasserà 252 milioni, il triplo di quanto ha investito. Sull’identità di questi investitori, tra i quali secondo indiscrezioni ci sarebbe anche Cattaneo, non si è mai alzato il velo. Un lato poco trasparente dell’operazione.

(Gianni Dragoni - www,poterideboli.it - Il Sole 24 Ore)